Io mi ricordo come fosse ieri.
A mezza estate, quando l'acqua ferma
svanisce all'ombra quieta degli ontani,
insieme salivamo al Ronco Buono
per tendere alle martore e alle volpi,
indovinando i passi dalle pieghe
appena percettibili dell'erba,
o dalle scie più scure, zigzaganti
per slarghi immacolati di rugiada.
E mi ricordo poi quando ogni volta
ritornavamo a ispezionare i lacci;
man mano che il sentiero s'annodava
guidandoci ogni passo più vicino,
nessuno si azzardava più a parlare
- il cuore fitto in gola - nell'attesa
di un segno, di un presagio, finché un giorno,
in una quiete d'agonia deserta
per l'aria tesa come un ventre pregno
trovavi l'erba rotta tutt'attorno
e poi la bestia dentro, strangolata.
E tutta l'emozione si scioglieva
correndo trionfanti verso casa,
levando in alto prede ancora calde
che scuoiavamo sotto il porticato
coi nostri coltellini, nel ribrezzo
delle donne, e coi vecchi che in silenzio
guardavano e scuotevano la testa.
Davvero allora noi ci sentivamo
padroni in quei momenti di un segreto
implacabile, selvaggio, solare,
da custodire con gioia nativa
stretto al riparo da quelli più grandi,
quelli che avevano già cominciato
a fumare, a toccare le ragazze
- io li vedevo - alla sagra a San Rocco
scolare in fretta i bicchieri di bianco
e saccheggiare la torta di riso,
e ripulite le dita dall'unto
passandole un momento sui calzoni,
a rapide folate sparigliare
le vesti lievi e odorose di buono.
Ma a noi non riguardava per davvero;
la nostra festa, quella, erano corse
per corridoi proibiti e per saloni
freschi di spigo e mele nei cassetti,
e poi gli scherzi, e le risa, e i petardi
che gettavamo accesi tra le gambe
ai ballerini o al suonatore cieco,
finché qualcuno minacciava, e allora
era l'uguale fuga a precipizio
dal poggio della casa fino al bosco,
oltre il mulino vecchio ed il castello,
nel sole fiammeggiante della sera
noi liberi, minuscoli, felici,
noi soli salvi, soli destinati
scivolando sulla vita a passare
per la cruna implacabile dell'ago. |