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Monologo di Achab (dal "Moby Dick" di John Huston)

 

...è una giornata tranquilla, Starbuck,
e un cielo d'un azzurro dolcissimo.
Lento nel rotolio della risacca
schiuma il Pacifico a lambire i corpi
immobili degli Indios in attesa,
dipinti e ornati per l'ultimo viaggio;
salpano pigramente per l'eterno,
da madre a madre saldando l'anello.
Noi siamo cacciatori di balene,
non pescatori d'anime, e l'arida
pietà che ci è concessa affonda al cuore
sul ferro acuminato dei ramponi,
perchè la bestia sia spacciata in fretta
e in fretta poi sia sbrigato il lavoro.
Ma sotto gli occhi assenti di altri cieli,
dai viali dei cecchini alle boscaglie
flebili di sussurri al cauto lume
di profughi bivacchi, ancora l'uomo
dal cuore delle tenebre si apposta,
e d'altri corpi, e di ben altra strage
caninamente si nutre e si appaga.
E al lugubre rintocco di campana
che grida al mondo la notte dei vivi,
nello schioccare all'osso dei machetes,
nel miagolio selvaggio degli shrapnels
su piazze inermi in coda per il pane
uguale rulla il canto, uguale ringhia
la consegna: non fate prigionieri.
Non più sarà possibile innocenza,
nessuna verità sarà accordata,
nessuna fede più, se non l'orrore
di cui rendiamo il computo esatto
nei nostri inutili libri di bordo,
Starbuck.
               E tutto il tempo questo cielo
sorridente, e questo mare insondato,
e la lusinga nel vento propizio
d'altre dolci giornate come questa
nel nostro tranquillo villaggio, quando
sul molo sciamano i ragazzi in frotta
al trepido richiamo dei battelli
che annunciano il ritorno, e buona pesca;
e mentre già si sta facendo sera,
e calmo e lento si richiude il solco
dietro le nostre spalle, sulle carte
sbiadisce il segno, e affonda la memoria,
ad inghiottire insieme i vivi e i morti.

 

© tredì 2000